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LA VEDO GRIGIA di Selene Casolari

bluPartiamo da un po’ di fatti: nella notte tra l’11 e il 12 marzo BLU, street artist italiano famoso in tutto il mondo e tra i più apprezzati, con l’aiuto di militanti dei centri sociali XM24 e Laboratorio Crash, inizia a ricoprire di grigio tutti i suoi murales presenti a Bologna.
Una grande operazione di cancellazione di una parte importante della sua – chiamiamola così, un po’ convenzionalmente – carriera artistica, davanti agli occhi di molti curiosi e sostenitori. E non solo.
Tutto ciò in risposta all’inaugurazione (che si sarebbe tenuta il 18 marzo) a
Palazzo Pepoli della mostra Street Art – Banksy&co. L’arte allo stato urbano, evento inserito nel progetto museale di Genus Bononiae, finanziato dalla Fondazione Carisbo.

All’azione è seguita anche una sorta di comunicato ufficiale scritto dal collettivo Wu Ming e pubblicato sul loro blog.

Nel post ci si scaglia soprattutto sulla figura del promotore del progetto, Fabio Roversi Monaco, assunto a simbolo di un atteggiamento da «landlord», di una costante privatizzazione di ciò che invece dovrebbe rimanere di tutti, della città; simbolo anche di una contraddizione tutta bolognese – ma non solo – per cui la stessa forma d’arte bistrattata, denigrata e sottoposta a sanzioni legali viene poi acclamata e protetta quando il fiuto stana la possibilità di un guadagno.

Il discorso così è già essenzialmente politico, ma c’è una contraddizione ancora precedente: al di là della giustezza dell’operazione, ha senso rinchiudere in un museo una forma d’arte che da sempre si è proposta in alternativa e in opposizione all’Arte ufficiale con la lettera maiuscola? Inglobare l’antisistema nel sistema?

Polemiche di diverso tipo erano in realtà già nate al momento dell’annuncio della mostra, lo scorso dicembre. Per l’occasione, Artribune  aveva dato voce ad alcuni esperti del settore, a commentatori e anche a parte degli addetti ai lavori, ad esempio Christian Omodeo, curatore della mostra insieme a Luca Ciancabilla.

Una delle questioni più spinose è quella dello strappo di alcune opere dello stesso BLU e di altri artisti da edifici ormai destinati alla demolizione per musealizzarle.
In questo semplice fatto sono condensate alcune delle problematiche più importanti e più discusse dell’operazione.
Innanzitutto, pur avendo tentato una comunicazione con gli artisti, alcuni di questi non hanno autorizzato lo strappo e l’utilizzo delle proprie opere. Nell’inchiesta che Artribune ha dedicato a tutta la polemica c’è una parte dedicate alle implicazioni giuridiche
 dove si legge chiaramente:

«Come noto, la legge sul diritto d’autore (Legge n. 633/41) tutela, per il fatto della creazione, le opere dell’ingegno di carattere creativo. Tra i requisiti di protezione dell’opera non è menzionata la liceità, con la conseguenza che sono tutelabili anche le opere contrarie alla legge, all’ordine pubblico e al buon costume. Sotto tale profilo, il fatto che le opere di Street Art nascano spesso come opere illegali – in assenza di commissione pubblica o privata – non esclude di per sé la tutela di diritto d’autore di tali creazioni.»

E poi ancora:

«La legge riconosce agli autori il diritto patrimoniale di sfruttamento economico dell’opera e i diritti morali. L’autore, pertanto, è l’unico soggetto legittimato a sfruttare economicamente l’opera e ogni utilizzazione da parte di terzi deve essere previamente autorizzata.»

E infine, a proposito dei diritti morali:

«Tra i diritti morali vi è il diritto all’integrità dell’opera, che consente all’autore di opporsi “a qualsiasi deformazione, mutilazione od altra modificazione, ed a ogni atto a danno dell’opera stessa, che possano essere di pregiudizio al suo onore o alla sua reputazione” (art. 20 Legge n. 633/41). A tutela del diritto morale all’integrità, si ritiene che l’autore possa opporsi anche agli atti che, senza incidere sull’integrità materiale dell’opera, ne alterino le modalità di presentazione al pubblico immaginate e volute dall’autore.
Sotto tale profilo, la decontestualizzazione non autorizzata e l’esposizione di un’opera di Street Art in una mostra “istituzionale” può essere percepita dall’autore come lesiva del diritto personale all’integrità dell’opera.»

AliCè, altra street artist italiana, in un’intervista a Internazionale ci tiene a precisare una personale definizione di Street Art, ribattezzandola proprio Arte Contestuale.
Senza dubbio questi artisti hanno prima di tutto un profondo legame con il luogo per cui viene ideata e a cui viene dedicata l’opera. Essa nasce in un contesto (per fare un
esempio : http://www.internazionale.it/reportage/2016/03/15/blu-murales-censura-roma)
e da questo trae la sua forza espressiva e di contestazione, genera le proprie forme fisiche ma anche “psicologiche” dal territorio e da ciò che da lì è passato e continua a passare; decontestualizzare l’opera significherebbe snaturarla. O quanto meno banalizzarla.

I murales non sono pura decorazione della città, ma ne sono parte integrante. Di conseguenza si modificano con il modificarsi della città stessa, sia in senso di comunità di cittadini che agiscono sia in senso urbanistico. È un’arte a cielo aperto che sa di essere provvisoria.

Ogni intervista ai sostenitori e ai promotori della mostra fa riferimento al merito di aver salvato dalla scomparsa totale pezzi d’arte che verranno restaurati e riproposti al pubblico, nonché consegnati a un futuro che probabilmente non avrebbero avuto.
Sorvolando un momento sul sottile paradosso del rendere pubblico qualcosa che è già potenzialmente di tutti (per usare una metafora: se vivo in una città sul mare e voglio mangiare del pesce fresco, vado in pescheria o al ristorante? O addirittura a pescare io stesso?), di certo gli intenti di trasmissione sono nobili.

Dice Roversi Monaco: «Noi le riteniamo opere d’arte, per questo le salviamo e le restauriamo. Se un artista come Blu ne contempla la distruzione, la sua è una concezione alta, ma forse il tema non riguarda più solo lui.»


«C’è la convinzione che sia un diritto poterne godere anche fuori dal loro contesto.»

Omodeo, a sua volta, sostiene di temere le dinamiche da “partigiani dell’effimero”.
Effimero sì, ma anche coerente; salvaguardia sì, ma anche “violenta”, che rischia poi di creare un effetto un po’ grottesco e un fraintendimento.

Riconoscimento dato e conoscenza acquisita non sono la stessa cosa, nonostante l’assonanza tra le due parole.
Dice sempre Roversi:
«obiettivo è conquistare un pubblico giovane e meno giovane alieno rispetto a questo tipo d’arte, che non capisce che queste opere possono essere esposte. Tentiamo di fare cultura, cercando di dare il nostro contributo per far comprendere un linguaggio espresso da artisti di alto livello.»
Va bene, prendiamo un normale frequentatore di musei (non importa se scettico o no) che sia interessato a vedere la portata e la potenza reale di questa fantomatica Street Art: che idea ne ricaverà vedendo murales trasportati su tela? Dove riuscirà a percepire l’autenticità di questa forma d’espressione? Ne capirà davvero il carattere eversivo (nei contenuti ma anche nella tecnica) e in alcuni casi irrisorio? Riuscirà a cogliere la distinzione fondamentale che ancora molti artisti di strada vogliono mantenere tra la loro arte e quella ufficiale, stabilita dall’alto? Dovrebbe prima capire che queste opere possono essere esposte o che lo sono già state, sui muri?

Forse ora come ora nessuno ha la risposta, ma credo siano domande legittime.

A proposito delle motivazioni e delle scelte alla base dell’esposizione, tutti quelli coinvolti nell’organizzazione citano esempi passati di opere esposte in una sede che non è quella originaria (il Partenone al British Museum, l’Altare di Pergamo a Berlino ecc.), come se avere un precedente renda sempre tutto legittimo, annullando le differenze tra caso e caso.
In più non è che sia una gran bella pubblicità: come dice
Flavio Favelli «non sono certo esempi edificanti, ma storie di dominio e di predazione di un lontano e scomodo passato.»

Viene perfino citato Canova, lo stesso Canova che, all’epoca interpellato a proposito del restauro di opere di Fidia, vi si oppose perché contrario e spaventato dalla possibile alterazione che avrebbero potuto subire.

Certo, il paragone è forzato, ma vale a mostrare anche quanto ci sia bisogno di ragionare in modo non anacronistico e di trovare nuove soluzioni.
Nell’era della
riproducibilità tecnica, se un artista si oppone alla decontestualizzazione e alla “incubazione” di una sua opera, se ne può comunque salvaguardare il ricordo per non perderla definitivamente?

E quindi: le nuove tecnologie non potrebbero avere una funzione innovatrice?

A questo proposito Fabiola Naldi (che già si era espressa a proposito della distruzione a cui le opere di BLU e degli artisti di strada in generale sono destinate) e Claudio Musso, dicono:

«Esistono ormai da decenni sistemi di registrazione per le opere cosiddette effimere, casi emblematici di produzione artistica a partire dal secondo Novecento (Land Art, performance, happening, fra le altre) hanno forzato i limiti della fruizione e della trasmissione dell’opera, sottolineando l’imprescindibile contestualizzazione spazio-temporale. Con pertinenza si potrebbe ricordare che la migliore storia del writing a New York si può leggere dalle documentazioni fotografiche di Jon Naar, Henry Chalfant, Martha Cooper ecc. Forse il confronto con l’epoca medioevale o moderna andrebbe costruito su base stilistica piuttosto che su metodologie di conservazione delle opere»

Si parla di metodologie di conservazione ma anche di fruizione e comunicazione. Omodeo si dispiace della mancanza di rapporti tra street artists e curatori, in qualità di mediatori e promotori dell’opera dei primi. Ma ha senso parlare di mediatori esterni quando lo stesso BLU, rimanendo in incognito, ha eliminato il mediatore primario, cioè l’autore stesso? Quando BLU ha deciso di scomparire per lasciar parlare unicamente le sue opere?

È una cosa che si sente ripetere spesso: di BLU si conoscono le opere, non la sua persona.

Oltre alle dispute online tra sostenitori e non, sono già usciti anche resoconti di visite alla mostra, paradossali eventi su Facebook dalla logica contraria – c’è chi dall’altra parte dello schermo cliccherà sull’opzione “partecipo” all’evento “IO NON PARTECIPO alla mostra Street Art – Banksy&co. L’arte allo stato urbano” – e perfino foto di camionette delle forze dell’ordine al primo giorno di apertura della mostra.

Sarà anche uno scontro tra passatisti e integralisti, ma l’importante è sempre che si continui a generare discussione culturale. Al di là di torto e ragione, di bene e male, è anche questo che il gesto di BLU condensa in qualche pennellata: il bisogno mai sopito di contestare.

Una menzione speciale mi sento infine di darla al sito bolognastreetart.it, che è una bellissima riprova di come questa sia un’arte potenzialmente di tutti e per tutti.

Il sito è una piattaforma che, con l’aiuto delle foto inviate da chiunque voglia dare una mano, mappa l’aggiunta e l’evoluzione dei pezzi di Street Art nel capoluogo emiliano.

Una vera e propria non-official-guide della città.

Author: brenso

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