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ELOGIO DELLE STAZIONI – di Alice Suozzi

Tra tutti i tipi di persone ce n’è un tipo particolare: i pendolari. Io faccio parte di questa categoria, che si muove sempre avanti e indietro lungo lo stesso percorso, e quel percorso non lo guardiamo mai davvero; quello che conta è la partenza, e molto, molto di più, l’arrivo.

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Immagine tratta da www.spb24.it

Lungo il percorso, questo è banale, ci sono le stazioni. Non quelle grandi e luminose, piene di bar e negozi, che sembrano centri commerciali, ma quelle di provincia, piccole e con dentro solo poche sedie. Di queste voglio parlare.
Le stazioni sono le terre di nessuno, i luoghi degradati, quelli che la mamma ti dice “Stai lontano che è pericoloso”. Intorno spesso prati un po’ spelacchiati, casermoni in disuso, al massimo fabbriche. Eppure, pochi altri posti possono raccontare tante storie come le stazioni, raccordo delle relazioni, e delle sensazioni, umane. Storie che non si raccontano con le parole, ma che viaggiano, come i pendolari, solo con gli sguardi.
La ragazza che accompagna fino davanti al treno il suo amore, e piange e lo bacia e piange ancora, al momento della partenza, poi torna all’ingresso asciugandosi gli occhi, e glielo leggi in faccia che sta già contando i giorni al ritorno. L’uomo che non riesce a tenere i piedi fermi, e il ballo aumenta man mano che il treno si avvicina, il sorriso enorme quando lei scende e si lancia ad abbracciarlo; se ne vanno abbracciati, e puoi sentire i loro progetti per il futuro solo guardando quanto si tengono stretti. Il figlio che chiama la mamma, “Sono arrivato mamma, arrivo tra poco”, e quanto amore ci può essere in queste piccole preoccupazioni? La studentessa che aspetta il papà, e quando lui arriva lo sommerge di parole, perché oggi ha dato un esame, è andato bene, e lui lo sa già, ma si fa raccontare di nuovo tutti i dettagli; è orgoglioso, e non le fa i complimenti perché teme di piangere. Lo studente che guarda continuamente il tabellone, lui l’esame deve ancora darlo, e l’agitazione vibra nell’aria. Il senzatetto che se ne sta chiuso chiuso nel suo guscio di coperte, e riesce a distinguere con precisione tutte le emozioni dei viaggiatori; l’unica cosa che non gli è chiara è come lui sia finito lì.
Le storie che passano per le stazioni, e lasciano un po’ di sé dentro quei crocevia di persone, sono milioni di milioni. Storie piccole o grandi, importanti o insignificanti, tristi o felici, lunghe o corte. Lì iniziano, finiscono, o semplicemente continuano come prima, appena un po’ diverse. Spesso invisibili agli occhi di chi passa di lì. E mentre i viaggiatori, i pendolari, vanno e vengono, partono e tornano, non fanno caso a questi luoghi di confine, li sfiorano con gli occhi senza guardare veramente, perché hanno altro da fare, da pensare, da guardare.
Ma se solo, una volta, un paio di occhi si fissassero davvero su una stazione di provincia, vedrebbero che è come un caleidoscopio: un luogo che si frantuma in mille luoghi, quelli da cui provengono i suoi abitanti temporanei; tempo presente che è pieno di passato e futuro, rimpianti e promesse; persone che si moltiplicano, e ognuna ha qualcosa da dire.
Nei viaggi, come detto, c’è una partenza, un arrivo, e c’è qualcosa in mezzo. Questi tre momenti, per i pendolari, coincidono tutti con le stazioni; mai considerate eppure così magiche, così motivo di nostalgia. Di qualcosa che avrebbe potuto essere e non è stato. Ospitano silenziose, senza chiedere niente, sono discrete, rifugi per chi vuole scappare, tornare, immaginare di viaggiare.
Come detto, solitamente nessun pendolare (riconosco che ritardi, guasti e treni cancellati spengano la sensibilità e la poesia e accendano qualcos’altro…) fa caso a questi posti, e alle loro storie. Ma forse, se ci concentrassimo meno sull’arrivo, e iniziassimo a goderci il viaggio, la magia delle stazioni contagerebbe anche noi. E non solo i pendolari, i viaggiatori. Molte volte siamo così concentrati sulla meta da perderci lo spettacolo del viaggio; una volta qualcuno ha detto: “L’importante non è quello che trovi alla fine di una corsa, ma quello che provi mentre corri”. E la corsa, in effetti, è fatta di tappe intermedie. La corsa è l’insieme di tutte le stazioni delle nostre esperienze.

Author: brenso

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