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EUREXIT – di Nicola Fajeti

Due settimane fa ho partecipato ad un concorso per vincere una borsa di studio di cui usufruire durante l’Erasmus, il fondo di scambio culturale per giovani europei.
Il concorso consisteva nella scrittura di un tema riguardante l’integrazione europea ed i suoi risvolti, allora nella speranza di trovare l’ispirazione vincente ho letto i temi vincitori degli anni precedenti: le parole dei miei coetanei tratteggiavano un’Europa bellissima, “libera e unita” come l’aveva disegnata Altiero Spinelli nel Manifesto di Ventotene.

Tuttavia, la mia realtà quotidiana cozza fortemente con queste voci “europeiste”, una realtà che parla ancora la lingua degli stati nazionali, una realtà tracciata dai confini territoriali: non è passato neanche un mese dal referendum che ha sancito la Brexit ed ancora più recente è la decisione della corte costituzionale austriaca di far ripetere il ballottaggio per la scelta del governo.
Dopo l’estate, se come pare probabile vincesse la destra del Partito della Libertà Austriaco, i paesi ad uscire dall’UE potrebbero essere non uno solo, ma addirittura due.

Gli euroscettici sembrano minacciare il progetto Europa, un progetto a prima vista così luminoso, razionale, a tratti quasi teleologico: la meta finale di 1000 anni di una storia caratterizzata da guerre e divisioni.

Quali oscure motivazioni possono spingere questo fronte antieuropeista? Siamo davvero sicuri che gli euroscettici siano davvero i nazionalisti retrogradi che vengono disegnati?

Un’analisi più approfondita sul pensiero di costoro non può che portare alla conclusione che “euroscettico” è solo un’etichetta forse fin troppo approssimativa e non un gruppo omogeneo. Infatti, i motivi che spingono a non voler aderire alla visione unitaria sono tra i più disparati.

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Un elemento comune, però, sembra emergere sistematicamente: l’immagine di un’Unione Europea riservata ad addetti ai lavori, quali policy-makers ed operatori finanziari, un organismo non a misura di cittadino.
Visione realistica o semplice costruzione fittizia della propaganda antiUE?
Sembrano esserci elementi a sostegno della prima tesi, infatti quando il cittadino comune è stato chiamato a pronunciarsi su questioni concernenti l’Unione la sua decisione ha spesso contrastato la posizione ufficiale degli organi UE: dalla bocciatura della Costituzione Europea nel 2004 da parte dei popoli di 2 paesi fondatori, Francia e Paesi Bassi; passando per il rifiuto del piano economico proposto alla Grecia; fino all’ultimo, per molti scioccante, esito del referendum inglese.

Ciò che colpisce di più, però, sono le reazioni a queste decisioni popolari da parte di molti fautori dell’opinione pubblica, come politici, giornalisti ed opinionisti, i quali hanno sminuito e denigrato queste scelte.
Affermare che la democrazia, diretta in questo caso, non porti sempre a scelte migliori sul piano della competenza non è un’eresia, più problematico diventa, invece, sostenere l’illegittimità (la non validità) di tali scelte, una tale ritrattazione non è solo una mancanza di rispetto per chi ha esercitato il suo diritto di voto, ma mette in discussione alla base il potere affidato al popolo nelle liberaldemocrazie moderne, inoltre può essere pericoloso scuotere il pilastro democratico, che assieme ad altri valori fondanti costituisce il nucleo ideologico unitario.

Un esempio recente è la discussione sulla Brexit, che fin dal giorno successivo al voto si è orientata al processo di delegittimazione della decisione d’uscita: a sentire i media mainstream sembra quasi che la fascia più vecchia (nonostante l’astensionismo nella fascia 18-25 anni sia stato del 64% come ha ricordato Letta in un suo recente tweet) e conservatrice del popolo britannico, presa da un momento di follia (per altro da cui sarebbe già rinsavito), avrebbe commesso un suicidio economico e politico.
Tutto ciò è mirato a ritrattare la scelta. Dopotutto questi inglesi saranno anche stati i primi a fine ‘600 ad adottarla, ma proprio di democrazia non se ne intendono.

Questo movimento “negazionista”, che vuole cancellare selettivamente alcuni eventi e ridisegnare la realtà in un modo più congeniale alle proprie aspettative, per certi aspetti mi ricorda il fronte reazionario formatosi dopo la rivoluzione francese, deciso a non accettare gli esiti della rivoluzione. Riuscendo a non vedere mai aldilà dell’obiettivo di tornare alla società per ceti, finì per legittimare completamente le istanze rivoluzionarie: purtroppo o per fortuna la storia non può essere forzata ed il suo corso, come quello di un fiume, può essere deviato magari, ma non invertito.

Detto questo, ancora non riesco a capire: qual è la vera Europa?
Quella che riecheggia dalle parole di speranza della generazione Erasmus, i giovani che più di tutti ne hanno vissuto l’essenza?
Oppure quella tecnocratica di burocrati e banchieri?
È la divisione inconciliabile di queste 2 anime, che forse non saranno reali, ma come tali sono percepite, a dimostrare quanto è importante la componente emozionale e simbolica in politica.

Questo forse è il problema principale dell’Unione: non saper offrire ai suoi cittadini, o quantomeno ad una loro parte, un’identità propriamente europea, quell’insieme di principi astratti, ma dai risvolti estremamente concreti, che faccia pensare, dire, urlare con orgoglio: “io sono europeo!”.
L’Erasmus ed altri programmi di scambio sono utili a tal proposito, ma sono insufficienti: l’UE dovrebbe impegnarsi di più su questo profilo identitario, non rivolgendosi unicamente ai giovani.
L’unione federale sognata da Spinelli durante la 2ª guerra mondiale potrà vedere la luce solo se non vi saranno più esclusi nel suo percorso di costruzione.

Questi sono, a parer mio, alcun dei lati negativi di quest’Europa. E sono importanti, almeno quanto quelli positivi (non pochi, comunque). Puntare luce sulle ombre, che una visione troppo dogmatica ha costantemente ignorato, non vuole frenare il progetto, ma aiutarlo a crescere e proteggerlo dalle sue lacune.
Ciò nella speranza che un giorno la frase “sono europeo” assuma un nuovo significato.

Vi consiglio di guardare questo video del sociologo britannico Alexander Betts, che nonostante sia un fervente europeista, analizza con oggettività il fenomeno Brexit in una recente conferenza TED.

Author: brenso

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