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IL GIGANTE E IL VIOLINO – Prima Parte

il gigante e il violino 1

C’era un tempo, in una antica regione al di là del mare, incastrata tra le più aspre montagne, in cui la vallata più candida e splendida che i Popoli avessero mai visto venne colonizzata.

Lì si insediarono e cominciarono a prosperare: costruendo e allevando di famiglia in famiglia; affondarono le proprie radici in quella bella terra fino al punto in cui non vi era più distinzione tra abitanti e abitazione.

Nella più importante delle città della vallata non c’era prelibatezza che non si potesse gustare, spettacolo che non si potesse vedere o meraviglia da ammirare. Un luogo di pace ed armonia che nel tempo aveva visto gli anni più rigogliosi di una civiltà: gli albori.

Qui nacque un bambino diverso dagli altri: era più alto, più grosso e robusto di tutti i bambini della città e aveva una caratteristica unica che lo distingueva nettamente, una piccola seppur visibile fossetta sul mento. Quasi una spaccatura che elegantemente divideva in due la parte sottostante il labbro inferiore. Non era una cosa benvista dalla popolazione, si diceva che gli dei l’avessero respinto poggiando il dito proprio lì, sotto la bocca, facendo pressione e buttandolo giù dal cielo.

Era pur sempre un bambino; un bambino dolce, sempre gentile e cordiale e tutti lo amavano, compresi i suoi coetanei che non perdevano occasione per giocare e scherzare con lui.

Era persino troppo buono.

Perché se poteva fare un gesto carino e rimetterci, lo faceva; anche se poi nessuno gli restituiva il favore anzi, se ne approfittavano e partiva un schiamazzo o un gridolino.

Gli anni passavano, e un po’ per ingenuità un po’ per sincero altruismo, il bambino, che ormai si faceva giovane, veniva sempre deriso e burlato da tutti. Non aveva armi per difendersi dai dispetti o dalle angherie della gente.

Col tempo aveva visto cambiare la sua vita fino a diventare l’attrazione della città.

Il povero ragazzo ci provava a crescere, per quanto difficile, sapeva che i popolani approfittavano di lui e più la sua consapevolezza aumentava, più dentro di lui cresceva una piccola fiamma di rimprovero.

La collera di tutte le volte che non aveva potuto arrabbiarsi per indole, l’oppressione del dover vivere con una tale purezza d’animo che prontamente sbocciava, si rivelava e lo faceva soffrire.

Così, con l’avanzare dell’età, i suoi coetanei erano passati dall’essere amici all’essere falsi, lui era cresciuto non solo interiormente, ma anche di mole.

Era proprio divenuto un gigante: tanto grande da credere che la sua statura aumentasse con la quantità di derisioni e dispetti di cui era vittima. La sua altezza non era che un ulteriore strumento per gli altri per sottolineare la sua diversità, di fargli vedere quanto fosse inadatto a vivere in comunità, figurarsi per quanto riguardava quel mento un po’ così.

Poi però qualcosa di ancora peggiore accade.

Si convinse.

Una sera, ubriaco di insulti, l’illusione si spezzò e tutta la cattiveria che l’animo aveva così gelosamente custodito nel tempo, si sprigionò in un furore incontrollabile. Usò la sua forza inverosimile per rompere la schiena degli amici che mai l’avevano difeso, strappò via i capelli a quelli che ridevano più forte, ficcò le dita nelle orbite delle più belle ragazze che ridevano dei suoi modi goffi e impacciati e poi, finita la carneficina, svanì.

Più per rabbia che per vergogna o paura, il gigante corse via dalla vallata, superò le montagne e attraversò il mare. Viaggiò per mettersi al riparo dal mondo, per trovare un luogo così remoto da essere sconosciuto. Per nascondersi da tutte quelle urla di disprezzo e i risolini dei coetanei.

In un maniero abbandonato il gigante cercò la solitudine e la trovò senza fatica. Credendo che quella fosse l’amica più sincera che il mondo gli avesse offerto egli promise a se stesso che non sarebbe mai più uscito da quelle mura se non per uccidere e sterminare qualsiasi cosa gli capitasse davanti.

Sapeva che chiunque l’avesse trovato vulnerabile e ingenuo avrebbe approfittato ancora. Quella sua gentilezza che per lui era stato l’unico modo di stare tra la gente, gli aveva recato una tale sofferenza che ora aveva scelto la via della cattiveria perché meno dolorosa.

E in quei meandri oscuri in cui il tempo lo imbruttiva e la sua grandezza aumentava, conobbe solo il furore di chi perde le speranze.

Uccise e sterminò nel continente.

Divenne famigerato per le atrocità e l’efferatezza con cui le metteva in pratica; e in breve tempo si cominciarono a raccontare storie e ballate sul Gigante del Maniero.

Intere carovane di contadini, commercianti e nobili dovettero migrare per la paura di essere vittime della creatura. Nessuno si attentava più per quelle zone. In pochi temerari cavalieri, pervasi da denaro, prospettive di gloria e dai loro re, si avventuravano per sbudellare l’abominio, sempre senza successo.

Dunque fu presa una decisione.

Venne convocata la più potente delle maghe.

Le fu offerto ogni lussuria che i più potenti dei sovrani potessero offrire, ogni oro dei tesori scoperti e di quelli da scoprire, ogni palazzo o gemma che potessero servire a convincerla e a mettere fine alle barbarie del gigante.

La maga accettò a condizione che le fosse dato un violino: il più bel violino che mano umana potesse scolpire. Subito vennero convocati i migliori liutai del continente e anche quelli delle isole. Impiegarono ogni possibile conoscenza, tecnica o artificio meccanico per creare il più bello e maestoso violino mai creato. E così fu. Il violino venne portato alla maga, la quale, senza perdere tempo, vi lanciò immediatamente un incantesimo.

Il violino avrebbe suonato tanto meglio quanto più ricolmo di odio era l’animo del suonatore, ma lo avrebbe anche gettato in un limbo a metà tra il sonno e la veglia da cui non si sarebbe mai più svegliato.

La maga si avvicinò al maniero e lì lasciò il violino. Era sicura che lo stratagemma avrebbe funzionato, ma volle restare; per orgoglio e per curiosità. Se ne sarebbe andata solo con l’assoluta certezza che l’incantesimo aveva sortito il suo effetto.

Così il gigante trovò il violino e cominciò a suonare. Non ebbe sussulti, nella sua solitudine egli non ragionava più. Neanche un evento così insolito era riuscito a distoglierlo dal suo rancore cieco nei confronti di tutti, al punto in cui solo le cose inanimate, gli oggetti, potevano sperare di sopravvivergli.

Suonò tutto il tempo, senza mai cessare, il gigante sfogava se stesso attraverso la melodia delle corde e quella divenne la sua nuova amicizia.

Il suo animo ormai saturo, non conosceva tregua; così, sfinito, per mancanza di forze, egli entrò in un stato di limbo a metà tra il sonno e la veglia, in cui l’energia che veniva accumulata veniva usata al solo scopo di variare il tono o il ritmo della composizione.

La maga che, di nascosto, aveva ascoltato attentamente anche le prime note, non riusciva a capacitarsi di come quella melodia fosse così soave, angelica e celestiale.

Solo un essere incredibilmente feroce e crudele poteva condurre una simile composizione con quel violino incantato. Solo chi covava una rabbia inumana poteva produrre un suono così intensamente vivo e armonico, corposo e pieno di speranza: così divino, seppur respinto dagli dei.

In un attimo un sentimento nel cuore della maga si fece largo senza chiedere consenso. In un unico secondo la maga si innamorò di quelle note e di chi le suonava con così tanta delicatezza.

Ormai il Gigante del Maniero non sarebbe più potuto essere un pericolo quindi perché non tentare? Perché non vedere il volto del suonatore di violino?

Con la massima cautela che le era possibile, la maga si insinuò tra le mura diroccate e le porte divelte. Seguendo la melodia cercò nell’oscurità fin quando non fu chiaro che il gigante era a pochi passi da lei, avvolto per metà nell’ombra e per metà dalla musica.

La maga si avvicinò ancora, con prudenza, il cuore le trepidava nel petto ma non avrebbe saputo dire se per paura di morire o per ansia nel veder il proprio amato. Lanciò un flebile incantesimo, una fiammella minuscola, giusto quanto bastava per lasciare che l’ombra si ritirasse fino a delineare i contorni.

In quel contrasto di luce e buio a poco a poco nacque la figura.

Era molto più di un gigante.

Le gambe sole superavano in lunghezza l’intero salone meridionale.

Il tronco si ergeva fino al soffitto e la testa e il collo, pressati contro il tetto, erano piegati su un lato a tenere lo strumento, incredibilmente piccolo rispetto al suo possessore. Il pollice e l’indice erano più che sufficienti a tenere il violino, così come l’archetto dava l’idea di uno ramoscello comparato all’assurda stazza del gigante.

Il viso poi era pieno di segni.

Rughe che descrivevano chiaramente la sua storia e ancor meglio la sua condanna, la sua croce.

Tuttavia era un bel viso, corrotto dal tempo e dalla vita si, ma pur sempre equilibrato e con tratti delicati.

I tratti di chi nasce innocente, ma che poi sono costretti a deformarsi per dare un’aria cattiva, riuscendoci solo in parte e male, tradendo costantemente la propria matrice. I tratti di un animo impetuoso: ricolmo di odio perché l’unico sentimento denso abbastanza da supplire all’amore.

Lei si innamorò proprio di quelli.

(continua…per leggere la Seconda Parte clicca qui) Fede P. per Linkiostro. Le sue storie le trovate su Mia Di Mondi e Facebook

Author: brenso

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