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IL GIGANTE E IL VIOLINO – Seconda Parte

Seconda parte de “Il Gigante e Il Violino”, se ancora non avete letto la prima, potete trovarla a questo link: http://brenso.altervista.org/gigante-violino-parte/

C’era una volta, tanto tempo fa, un giovane e temerario cavaliere il cui coraggio superava di gran lunga quello di chiunque altro.

Egli aveva sentito parlare di una donna bellissima, che chiunque fosse riuscito a salvare dal castello in cui era rinchiusa, avrebbe potuto sposare.

Nessuno sapeva come mai la bella donna fosse rinchiusa tra quelle gelide mura. nessuno si ricordava più se fosse trattenuta da un sortilegio, una maledizione o una bestia feroce: un drago magari.

Quello che si sapeva però è che in un tempo lontano lei era stata portata lì o attirata in qualche modo e da lì non se ne era potuta più andare.

Il cavaliere però, non temeva, egli sapeva che sarebbe riuscito a liberarla e a conquistare il suo cuore così come la fama e le ricchezze contenute nel maniero.

Così s’incamminò verso il castello al di là delle alte montagne. Superò bufere e foreste, affrontò creature mostruose e l’oscurità della notte e alla fine si trovò di fronte alle grandi mura.

Quello doveva essere il castello dove la più bella delle donne era rinchiusa, pensò, il posto tanto narrato dalle leggende. Niente e nessuno sarebbe riuscito a fermarlo, era pronto e deciso a sconfiggere ogni sacrilegio, creatura o fattucchiera gli si fossero messi d’ostacolo.

Ma non appena varcò l’enormi porte, nulla accadde.

La donna era lì all’entrata e lo accolse nel castello senza esitazioni.

Lo invitò a condividere un pasto insieme, ma ad un tratto, finita la cena, la bella sbottò:

“Caro giovane valoroso che hai fatto tanta strada per venire a salvarmi, sono felice che tu sia arrivato, ma domani, al sorgere del sole, io non partirò con te. Questo castello è dove vivo e nulla di più. Nulla mi trattiene e nulla mi impedisce di partire se non la mia volontà di restare. Prometti che non insisterai per mero capriccio né tantomeno che ricorrerai alla forza per esaudire un tuo desiderio. Questa notte riposa pure tra queste mura, ma non uscire dalla tua stanza, qualsiasi cosa le tue orecchie sentano o i tuoi occhi vedano”.

Il cavaliere era confuso e offeso.

Di certo era il più valoroso e il più coraggioso, ma non poteva nulla contro le parole di lei: la maga.

La donna scortò il giovane nella sua stanza e ancora una volta gli ricordò di non uscirne finché non fosse sorto il sole il mattino seguente.

Il cavaliere decise di non perdere tempo e andò a dormire.

Nel mezzo della notte, quando tutto sembrava giacere placido, un sibilo sottile lo svegliò.

Cercò di non prestare attenzione, ma la curiosità lo vinse. Lentamente e con molta cautela uscì dalla stanza e seguì quel suono curioso.

Man mano che si avvicinava alla fonte del suono il giovane si rese conto che quel sibilo si trasformava in note e poi in musica e in melodia.

Quella era di certo la più soave e dolce delle melodie.

Era la musica più grandiosa che egli avesse mai sentito in vita sua e più la seguiva e più la curiosità gli divorava l’animo. Doveva trovare l’origine di una così vasta bellezza. Così cominciò a cercare a perdifiato, di stanza in stanza senza porre attenzione a dove stesse andando. L’unica guida che aveva era il suo udito. Aprì porte e scese scale, scoprì passaggi segreti e corridoi nascosti finché dietro un muro trovò una porta.

Ecco! Il suono veniva certamente da quella stanza oltre l’uscio di legno. Quella musica celestiale era oltre quella porta e lui doveva sapere chi la producesse. Chi o cosa fosse così divino da conoscere una simile composizione, sempre nuova e sempre diversa. Perché chiunque fosse, divino doveva esserlo; almeno un po’.

Senza attendere oltre, il temerario cavaliere abbatté la porta e nell’oscurità della stanza cominciò  a cercare qualche risposta con le mani.

Il tatto era l’unico senso che poteva aiutarlo in una simile situazione.

Cercò e cercò finché nel fondo, o quel che a lui poteva fare pensare fosse il fondo, un’enorme creatura si presentò alle sue dita.

Ogni parte di quel corpo gigantesco doveva essere almeno dieci volte quella di un essere umano, immaginava il giovane.

Le gambe possenti occupavano lo spazio che normalmente si sarebbe potuto usare per due buoi, il torace era così largo che avrebbe potuto essere il letto di un fiume, il volto era così ampio da sembrar una radura montana e aveva una particolarità: una fossetta sul mento, come se Dio l’avesse spinto giù dal cielo poggiando il dito proprio lì e facendo pressione. “Forse era troppo pesante per stare lassù” pensò il Cavaliere, ridendo tra sé e sé…

Quel mostro gigantesco non spaventò il giovane. Il gigante infatti, per quanto abominevole era evidentemente addormentato e suonava un violino minuscolo, con le sue dita sovrumane.  Come poteva una creatura tanto abominevole produrre una melodia così angelica e dolce? Come poteva produrre una tale bellezza ed essere così malvagio allo stesso tempo, per di più dormendo?

Il cavaliere coraggioso non si lasciò sorprendere dallo stupore né dai dubbi. Sguainò la spada che fortunatamente aveva portato con se e sferrò un unico colpo sullo strumento.

Fu un attimo, un secondo di attesa e il violino cominciò a stridere, a cigolare e lamentarsi producendo i suoni più indecenti che si fossero mai sentiti. Il gigante si svegliò immediatamente e con un ruggito mostruoso sferrò un calcio al giovane.

Il cavaliere si scansò, era molto più agile e  piccolo della tremenda creatura.

Quel placido gigante era ora solo assetato di sangue, aveva disintegrato il violino e tentava in tutti i modi di sfogarsi sul nemico.

Dopo poco però il piccolo avversario raggiunse la testa e là conficcò la sua lama. Le mani del gigante caddero a terra sul dorso. Il mostro non si muoveva, ora stava lì fermo, con gli occhi chiusi a respirare affannosamente. Non voleva più combattere, anzi sembrava quasi che stesse solo aspettando.

Un’attesa di vecchiaia e di fango che trasudava una saggezza buona.

Il gigante cadde a terra con un gran tonfo, tramortito.

Il cavaliere pieno di sé per aver spezzato l’incantesimo o qualsiasi cosa fosse, corse fuori dalla stanza, su per le scale, fuori dai passaggi segreti e, quando raggiunse il salone centrale, la bella… non c’era più, aveva lasciato uno scritto e si era gettata dalla torre più alta, uccidendosi.

Il Giovane lesse l’unica parola presente in quel lascito: Speranza. Poi volse lo sguardo e vide un’immensa catasta d’oro, luccicante come la gloria delle poesie che avrebbero parlato di lui.

Prese tutto ciò che poté, fece ritorno, divenne ricchissimo e i bardi di tutti i regni scrissero storie e leggende su di lui.

Il tempo lo proclamò immortale.

Divenne l’Eroe del Maniero e i bambini cominciarono ad imitarlo giocando con spade di legno.

Sposò la più bella del Continente e visse a lungo, amato dai suoi cari.

E quando fu vecchio, sul letto di morte, con i nipoti, i figli e la saggezza del tempo; un tenero sorriso si fece largo sul suo volto e con una lacrima capì.

“Speranza” si chiamava il gigante.

 

 

Fede P. per Linkiostro. Le sue storie le trovate su Mia di Mondi e Facebook

Author: brenso

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