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HOPPERBACCO: il piacere di scoprire Edward Hopper – di Greta Rossi

Immagine tratta da http://venividivici.us/sites/default/files/AUTORITRATTO-EDWARD-HOPPER.jpg

Edward Hopper doveva essere uno di quegli uomini che in una stanza si notano. Era alto un metro e novanta, vestiva in modo distinto, era di poche parole. Il piacere di scoprirlo è stato innanzitutto fisico, vedendolo per la prima volta nel suo autoritratto della maturità. È stata subito simpatia. Il modo elegante in cui portava il cappello a tesa larga, lo sguardo intelligente e diretto, l’espressione serena ma che non cede al sorriso… Tutti questi tratti, dal vivo irrecuperabili ma fissati per sempre in un dipinto, mi hanno convinta a conoscerlo meglio, a partire dalla mostra – inaugurata un mese fa a Palazzo Fava a Bologna – interamente dedicata a lui.

19 marzo 2016, h 16.30. Apre la mostra di Palazzo Fava.

Aspetto, in coda (tanto dopo l’Expo…).

h 17.05. Hopper, a noi due. Finalmente.

Passano almeno due ore, assolutamente fuori dal mio controllo, prima che esca da dove ero entrata. Due ore prima ero in attesa. L’attesa di visitare la mostra, l’attesa impaziente di chi si aspetta qualcosa da quello che sta per fare e non vede l’ora di verificare le proprie aspettative, di dare un nome a quel qualcosa. Poi, una volta uscita, il senso di attesa è tornato. Un’attesa diversa. Quella che quasi a tradimento si insinua nello spettatore dei quadri di Hopper.

Immagine tratta da http://papale-papale.it/upload/c8c2fe016afe5429/a7b657761dbb3bc2/560e65c060213b77/03d917df7b21978c.jpg

Come tutte le sensazioni, è difficile da spiegare e il modo più efficace per capirla è provarla. Basta osservare questo dipinto, MORNING SUN, del 1952, e tentare di immedesimarsi nella donna che guarda fuori dalla finestra. L’immedesimazione non riesce, non del tutto: non riusciamo a vedere quello che vede lei per il taglio che Hopper dà all’inquadratura. Nasconderci una visione che sembra così importante per la donna, tanto da lasciarla assorta, distratta dalla realtà che la circonda: questa è crudeltà. Hopper sembra usare (forse anticipandola) la tecnica cinematografica della suspense. Vedi la reazione di un personaggio, non quello che l’ha suscitata. Vorresti entrare nel dipinto, metterti dietro la donna, seduta sul letto, e urlare: “Ah, ecco cosa stavi guardando!”. E invece di fronte a te solo un muro spoglio e qualche comignolo di palazzi oltre la finestra aperta. Ora si capisce meglio quel senso d’attesa.  È un’attesa concentrata e intensa. Di cosa? Qualcuno ha dato letture mistico-religiose, ma il mistero rimane. L’unico dato certo è che la protagonista è la luce: inonda tutta la stanza, trionfa sul muro bianco.

Immagine tratta da http://www.edwardhopper.net/images/paintings/automat.jpg

Palazzo Fava non è lontano dalla stazione, posso camminare lentamente e riflettere un po’. Cammino al fianco del mio amico, anche lui assorto nei suoi pensieri. Siamo in due, ma siamo anche da soli. Contraddizione? Forse ancora una volta è Hopper che può spiegare uno stato d’animo così complesso, come ha già fatto con il senso d’attesa. Non c’è da stupirsi, perché nei suoi quadri, incrostata nelle macchie di colore, annidata nelle sfumature, c’è tutta la gamma del sentire umano, solitudine compresa. Viene facile ridere per la banalità di quello che ho appena scritto se si osserva AUTOMAT. Ovvio, si dirà, sono capaci tutti di rappresentare la solitudine così: una donna, senza compagnia, di notte, in una tavola calda deserta. In effetti a prima vista l’interpretazione è scontata. L’inganno del quadro però è in un dettaglio che non dà subito nell’occhio: la vetrata dietro la donna riflette le file di lampadari, ma non lei. Questa donna cos’è? È ancora una semplice cliente notturna dipinta nella sua solitudine? Non è piuttosto un’illusione? Non è forse solo un’immagine della mente che nessun vetro potrà mai riflettere?

Immagine tratta da https://s3-eu-west-1.amazonaws.com/cdn.thepostinternazionale.it/files/uploads/edward-hopper-room-in-new-yorkorig_main.jpg

Ma il nostro punto di partenza, la contraddizione di questo pomeriggio, è come ci si possa sentire soli anche con qualcuno al proprio fianco. Nel caso mio e del mio amico forse era solo pensosità. Ma qui (ROOM IN NEW YORK, 1932) vedere marito e moglie nella stessa stanza eppure così lontani fa tutto un altro effetto. I vestiti, molto eleganti, sono dipinti con precisione. I volti invece no, sono tondi dai tratti appena abbozzati. Davanti a questa scena provo una certa tristezza forse perché mi mette di fronte a tutte le situazioni in cui mi è capitato di non avere nulla da dire, di provare io per prima o di trovare nell’altro indifferenza. Penso che qui sia l’uomo a ignorare la moglie, intento com’è nella lettura del giornale, ma non ne farei una questione di genere, i ruoli potrebbero essere invertiti. Perché quell’uomo può essere chiunque di noi e quel giornale un semplice smartphone. Il risultato è l’incomunicabilità. L’unica possibilità di romperla sembra suggerirla la donna appoggiando un dito sul pianoforte.

 

Ancora meno banale è quando la solitudine smette di essere una caratteristica solo umana. Chi non si è mai sentito solo almeno una volta nella vita? Niente di più normale. Hopper si è spinto oltre. Un altro dei quadri in mostra è LIGHT AT TWO LIGHTS, del 1929. Arroccato su una scogliera è un faro, ultimo baluardo della civiltà

Immagine tratta da http://www.artslife.com/wp-content/uploads/2016/03/18_Light_at_Two_Lights-590×424.jpg

davanti all’oceano. Hopper s’immedesima in quel faro e riesce a comunicarne la solitudine, riesce a fare di un edificio un individuo. Bonnefoy, poeta e critico d’arte, racconta che quando Hopper è venuto dagli Stati Uniti in Europa e ha visto le campagne francesi con le loro solidissime case di pietra, che avevano protetto e rassicurato generazioni e generazioni di contadini, è rimasto colpito. In America, vuoi per la sublime prepotenza che sa avere la natura con gli uragani, con la distesa dell’oceano, con la sua immensità di spazi, le architetture umane, quelle costruite dove civiltà e natura incontaminata si sfiorano, non sanno essere luoghi di protezione, appaiono molto più precari. Diventano, appunto, individui con cui è facile entrare in empatia, innanzitutto per le loro umane debolezze.

 

 

Potrei continuare, ma se dovessi riportare qui tutti gli spunti che questa mostra mi ha dato, mi dilungherei troppo. Va vista per tante ragioni e una di queste potrebbe essere proprio risparmiarsi la lettura di queste pagine. Ma credo che il motivo principale sia un altro. Una mostra dedicata ad un solo autore difficilmente ci lascia l’idea che prima avevamo di lui, magari piena di stereotipi del tipo: cos’è per te Van Gogh? Il giallo, i girasoli, un orecchio mozzato. Di solito una mostra sbaraglia il nostro bagaglio di pregiudizi. Con Hopper forse la questione è ancora più radicale, visto che spesso è tagliato dai programmi scolastici e si finiscono gli studi senza neanche sapere chi sia. Andare a vedere una mostra su di lui significa conoscerlo riempiendosi di sorpresa. Perché in pochi artisti come in Hopper il linguaggio dell’arte arriva miracolosamente a coincidere con quello della vita.

Author: brenso

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