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OMAR E JOHN – di Federico Papa

Sarà l’una o l’una e mezza. Poco importa. Perché mentre a quell’ora la maggior parte dei locali sono già chiusi, Omar si ostina a tenere aperto per quelli che fanno i turni di notte. Ha lavorato in un frantoio per una decina d’anni, sa cosa significava lavorare di notte e ci tiene a dare un po’ di conforto con bevande, snack e tramezzini al tonno; che a lui non sono mai piaciuti, ma a quest’ora il sapore poco importa, e allora va bene così. 

Omar è Indiano; ma nonostante il nome un po’ fuorviante, non e’ dell’India, viene dall’America. Viene da una tribù di cui non parla; non che in generale parli molto, ma in particolare non ama ricordare le proprie radici.

Strano. Soprattutto per un Nativo Americano. Soprattutto per un Nativo Americano come Omar, molto attento alla famiglia e orgoglioso della propria vita.
Ha un piccolo supermercato in un sobborgo di Chicago. Uno di quelli con poche corsie, una sola cassa e un solo bancone, dove dietro sta lui. 

Non è solo il luogo dove lavora, quel supermercato è casa sua: almeno dodici ore al giorno, dalle due del pomeriggio alle due di notte.  Lavora molto e gli piace spendere il proprio tempo in questo modo.
Detta così sembra quasi un cittadino modello se non fosse che non riesce proprio a legare con le persone. Intendiamoci: non è scontroso né particolarmente asociale; è solo un po’ scorbutico e intollerante verso il prossimo. Omar non crede che tutti gli uomini siano uguali.

Il campanello della porta suona, ultimo cliente: John.

Ecco: John è il genere di persona che Omar non sopporta. E’ nero, veterano di guerra, disadattato solo al mondo e in più è paraplegico: costretto su una sedia a rotelle. Non che Omar ci abbia mai parlato o che abbia perso tempo pensando a lui, ma è sempre stato incuriosito dal fatto che tutte le notti, alle due meno un quarto, John sistematicamente si presenta al supermercato e compra un litro di latte. 

Speriamo che prenda quel litro anche stasera e se ne vada a casa in fretta…” pensa Omar. 

John non parla mai, se non per chiedere “quant’è?” poi prende il suo litro di latte ed esce senza fiatare, come un’ombra, così come è entrato. Non sorride, non si arrabbia, non si scompone mai. 

Qualche tempo fa Omar aveva anche cercato di far demordere il suo cliente facendo costruire un gradino all’ingresso. John era arrivato e senza dire una parola si era messo ad aspettare fuori. Appena arrivava qualcuno per fare acquisiti, John gli chiedeva gentilmente se potesse prendere un litro di latte per lui, gli dava i soldi e ringraziava alla fine. E se non veniva nessuno se ne stava comunque ad aspettare fino alla chiusura come se non avesse di meglio da fare.  

Dopo una settimana il gradino non c’era più.

In quel periodo Omar si era intestardito al punto da disdire i rifornimenti di latte per un mese per assicurarsi che il paraplegico non si facesse più vedere. Per tutta risposta John si presentava tutte le sere a chiedere se il latte fosse arrivato, e tutte le sere se ne andava a mani vuote senza battere ciglio e ringraziando per la pazienza. A quel punto il nativo ci aveva rinunciato, ma non solo per stanchezza…
La verità è che, nonostante gli costasse fatica accettarlo, Omar si stava affezionando al sopravvissuto. Non che sarebbe mai stato disposto ad ammetterlo però lo ammirava per la sua forza d’animo: non si arrendeva mai.   Se ne andava in giro la sera, da solo, con la pioggia e il freddo, a volte veniva persino a Natale anche sapendo che il negozio era chiuso, solo per quel maledetto litro di latte, che a quanto pare, contava più di tutto il resto. 

L’una e quaranta… Si fa tardi…”

Una volta Omar era persino arrivato a chiudere prima per seguire John. L’aveva visto fermarsi in mezzo alla strada sotto una pioggia torrenziale. Se ne stava lì fermo, senza muoversi, con il suo litro di latte, sempre impassibile. Si sarebbe potuto dire che piangesse, ma tanto a chi sarebbe importato, non c’era nessuno.

Due meno dieci… Quanto ci vuole per prendere un litro di latte?”

Omar si sporge oltre il bancone per vedere meglio, ma in un secondo: la campanella suona, la porta si apre e prima che se ne possa rendere conto, ha una pistola puntata al ventre. “Avanti! Muoviti! I soldi della cassa!” dice il tizio incappucciato in piedi di fronte a Omar. E’ alto, è vestito come un ragazzino ma dalla voce si capisce che avrà più di vent’anni. Trema leggermente, forse è la prima volta che rapina un negozio. 

Omar è terrorizzato, non si è mai trovato in una situazione simile, non riesce nemmeno a muoversi, figurarsi aprire il registratore di cassa per prendere i soldi. La paura gli blocca anche le palpebre. 

Vuoi morire stasera?! Apri la cassa! Muoviti!” grida quello, imbestialito. 

Omar cerca di calmarsi senza alcuna possibilità, ogni secondo sembra troppo corto per convincere la sua mano a muoversi.

Il ladro afferra Omar trascinandolo sopra il bancone, l’altra mano gli punta l’arma sul petto come a sentire il pulsare della paura. Un pensiero è più forte della pressione: “sto per morire.”

All’improvviso nel campo visivo di Omar una macchia a lato si avvicina velocemente. 

John sbuca da una corsia laterale facendo correre la sedia a rotelle. Fa leva sulle braccia e sfrutta il suo peso per scagliarsi con la carrozzella sulle gambe del malintenzionato per fargli perdere l’equilibrio. Ci riesce. Il ladro spiazzato cade a terra, ma punta un piede e ruota per rialzarsi. Allora John abbandona la sedia dandosi uno slancio in avanti, si avventa sulla minaccia stringendola tra le braccia in una morsa umana. I due cadono a terra definitivamente, ma John non lascia la presa, ogni sforzo della sua preda di divincolarsi non fa che aumentare la forza della stretta. Le braccia del ladro, imprigionate dallo stupore e dall’implacabilità del paraplegico lasciano la pistola.

Omar ha un sussulto, non capisce esattamente cosa sta accadendo. Ci sono solo due corpi a terra che lentamente applicano le loro forze per cercare di prevalere sull’altro. La pistola è a terra. Omar la raccoglie senza sapere cosa fare. Poi la punta a quella massa aggrovigliata e tira il cane. John è completamente rigido, il suo corpo fa l’unica cosa che può fare: la zavorra. Il malvivente non sa più cosa fare e inizia a urlare come se fosse d’aiuto. Cerca di mordere John che non fiata nemmeno, sembra impassibile nonostante la situazione. 

Devo sparare?”

Una pattuglia che si trova nei paraggi si piomba al supermercato. Qualcuno deve aver visto la situazione e ha pensato di chiamare i rinforzi. Il ladro viene arrestato. Omar è scosso ma sta bene. Un poliziotto ha aiutato John, rimettendolo sulla sedia. 

Dopo la deposizione i due sono lì nel negozio. 

Nessuno parla. 

John non dice una parola, ma lui fa sempre così. E’ evidentemente affaticato ma non apre bocca, respira col naso, ma fa come se non ne avesse bisogno. Dopo tutto per lui quella è una giornata come un’altra. Ha ancora in mano il latte. 

Omar, completamente assorto da un misto di paura e ammirazione per il suo salvatore, ma soprattutto è imbarazzato. Non tanto con John, quanto con se stesso. In tutti questi anni si è chiesto cosa mai potessero fare i paraplegici per aiutare la società. In tutti questi anni si è domandato come un povero veterano costretto a convivere con gli orrori della guerra possa avere una vita normale. In tutti questo tempo Omar non ha mai avuto dubbi su ciò in cui crede. Ha persino ostacolato il prossimo quantomeno per coerenza. 

Ora deve fare i conti con la colpa dell’ignoranza, dell’arroganza. Con lo specchio di se stesso. Ora ripensa a quante occasioni perdute, quante amicizie non colte e quanta solitudine ha collezionato. Per così poco, per un’idea ha rinunciato ad una vita intera. E nel frattempo si è fatto tardi.. Di colpo vorrebbe ringraziare John, vorrebbe fargli mille domande è rimediare all’indifferenza di tanti anni. Vorrebbe chiedergli di uscire! Diventare amici! Ridere insieme malgrado tutto. Perché mi hai salvato? Grazie! Perché sei sempre solo e non dici mai niente? Scusami per i dispetti! Perché non dici niente? … Ma non ce n’è il tempo. 

Quant’è?” chiede John. 

Con un fil di voce “un dollaro e cinquanta.” risponde Omar, spiazzato.

John paga ed esce dal negozio umilmente, con dignità spinge quelle ruote e scompare nel buio come chi ha visto troppo dolore per esitare ancora. Omar esce velocemente da dietro il bancone, fa per seguirlo fuori, ma ormai è tardi e John è là nella notte, cosa potrebbe dirgli? Non sa neanche chi è in fondo. 

Forse sarà stanco, forse è meglio così, meglio lasciarlo andare per oggi.”

Omar non ha mai più visto John. 

Ha tentato di rintracciarlo in mille modi, anche solo per dirgli grazie, ma John è come svanito. I dubbi di Omar sono rimasti cristallizzati. Di certo non è divenuto transigente o filantropo, ma un po’ più tollerante si. Quel tanto che basta per porsi sempre una domanda in più… o quantomeno a lasciare il beneficio del dubbio a tutti, senza distinzioni. E mentre la malinconia di quel gesto eroico lo accompagna ogni sera; per lui John è diventato un amico…

E’ ironico… proprio ora…”

Omar tiene ancora aperto fino alle due. Là, nel sobborgo di Chicago, quando la notte si fa fredda in quei gelidi inverni e la città si incupisce nelle tenebre,  quel nativo americano un po’ scorbutico, ma buono, offre a tutti un rifugio dal buio e dalla solitudine. Bevande, snack e tramezzini al tonno che nonostante il sapore sono comunque meglio di niente a quell’ora. 

Omar sta lì ad aspettare.
Legge il giornale, riordina il bancone e ogni tanto, quando è solo, guarda fuori.

Silenziosamente, tra i fumi e la pioggia di quella metropoli, cerca con gli occhi la carrozzella di un suo vecchio cliente. Con le orecchie cerca il cigolio delle ruote.

In segreto, dentro di se cova la speranza che un suo amico venga a comprare il latte.

Gli capita di rifletterci a volte..
delle risate che si farebbero…

Appena viene” pensa “gli faccio lo sconto.”

 
 
 

 

 

 
 
 
 
 
 
 

 

  

Author: brenso

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