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SKYWAY TO HEAVEN : LA SALITA AL MONTE BIANCO – di Greta Rossi

Qualche tempo fa sulla rubrica di Internazionale Dear Daddy, una zia disperata chiedeva a Claudio Rossi Marcelli cosa potesse regalare ai nipotini che ormai avevano di tutto e di più. La risposta mi colpì: un’esperienza unica al posto della solita Barbie.

Me ne sono ricordata quando, pochi giorni fa, ho ricevuto un regalo simile: sono salita in macchina sul posto del passeggero obbligata a non fare domande.

400 km di autostrada, poi la meta: il Monte Bianco.

Con i suoi 4808 m è la montagna dei record: svetta di gran lunga fra le cime alpine, è la montagna più alta dell’Europa Centrale, la settima più alta al mondo. Non me ne vogliano gli amici delle Dolomiti, ma del Monte Bianco #cheNeSannoInTrentino (è di questi giorni la sfida a colpi di hashtag e foto mozzafiato per decidere quale sia la più bella fra le due regioni).

Pochi vi si avventurerebbero in scalate o in passeggiate fino alla cima e fino a poco tempo fa il modo più comodo per salire era affidarsi alle buone vecchie cabine della funivia a La Palud. Più tardi avrei visto uno dei resti di questa vecchia funivia rabbrividendo al confronto con quella appena inaugurata.

Il nuovo impianto lo chiamano Skyway. Fin dall’arrivo al parcheggio mi rendo conto di quanto il nome sia azzeccato. Ai piedi del monte scintilla una struttura in vetro e metallo che ha qualcosa di spaziale. Qui si assiepano capannelli di turisti muniti di sci e pranzi al sacco. Il clima è molto disteso, ma la voglia di scherzare passa quando la bigliettaia presenta un conto di  80 euro in due per salita e discesa. Per avere riduzioni devi essere un anziano vecchissimo o un bambino piccolissimo o una comitiva da viaggi da raccolta punti della Coop. Paghiamo. In attesa che alla base arrivi la cabina ci litighiamo i biglietti d’oro per metterli al sicuro in una tasca della giacca, il nostro caveau, fino a che, finalmente, la navicella non tocca terra e possiamo salire.

La nuova funivia del Monte Bianco, Courmayeur (Aosta), 23 giugno 2015. ANSA/ THIERRY PRONESTI

La nuova funivia del Monte Bianco, Courmayeur (Aosta), 23 giugno 2015. ANSA/ THIERRY PRONESTI

 

Siamo circondati da vetrate, in sottofondo ronza Radio Montecarlo. La cabina comincia a salire lentamente staccandosi dalla base. Ad ogni traliccio che incontra, oscilla vistosamente, facendo urlare due signore sudamericane ogni volta che sentono dondolarsi. Da quassù ci conforta la vista della vecchia funivia – o meglio di una sua cabina abbandonata a terra: sembra una casetta da parco giochi, dipinta di blu, i finestrini piccolissimi. Una scritta in giallo “La Palud” indica inequivocabilmente a che impianto appartenesse. Prima si saliva così, su quella cabina dal sapore vintage; oggi a bordo di una bolla di vetro che gira piano su se stessa per consentire una visuale a 360 gradi dal fianco della montagna alla valle sottostante, dove si stendono le case di Courmayeur come tante tessere di mosaico.

La cabina gira: ecco davanti a noi la parete rocciosa del Monte Bianco, per metà innevata, per metà nuda, qualche albero spoglio aggrappato alla roccia qua e là e un camoscio quasi indistinguibile dagli speroni rocciosi che sta

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Immagine di www.archiportale.com

scalando. Lo superiamo in fretta diretti verso la stazione intermedia, il Pavillon du Mont Frety, a 2173 m.s.l.m. A vederlo dal basso, sospesi nel vuoto, oltre a sembrare l’unico segno di civiltà e l’unico approdo possibile, si apre davanti a noi come un occhio vitreo dalle palpebre di metallo. L’iride sono le tante giacche colorate degli sciatori che premono contro il vetro per guardare in giù. All’interno un cinema, un negozio di prodotti tipici, un ristorante e una terrazza da cui ammirare i picchi delle montagne vicine. Non si può non rimanere a bocca aperta e inchinarsi al genio di chi ha saputo, per una volta, costruire un edificio eccezionalmente bello e perfettamente integrato con l’ambiente circostante. In altre parole, tutt’altro che un pugno nell’occhio.

Il viaggio non è ancora finito. La seconda funivia corre fino a 3400 m di altitudine alla stazione d’arrivo, la Punta Helbronner. Durante la salita si addensano nuvole spesse, che vengono dalla Francia. Un addetto spiega a un gruppo di turisti delusi che non ci sonIMG-20160426-WA0002o speranze: per spostare dalla cima queste nubi servirebbero raffiche di vento fortissime che comprometterebbero l’attività della funivia (il vento qui può soffiare anche a 150 km/h). La morale è che ci dobbiamo accontentare di guardare fuori attraverso la fitta nebbia dei vapori. Eh sì, la delusione è cocente. Arriviamo alla Punta Helbronner e al suo altrettanto avveniristico Pavillon, famoso per la terrazza panoramica dalla vista mozzafiato. Qui, aggrappati alla ringhiera, a -16 ˚C, vediamo ovunque cartelli gialli che ci mettono in guardia dalla caduta di pezzi di ghiaccio. Il vento infatti soffia forte, l’aria è punteggiata da fiocchi bianchi di neve e ghiaccio anche se non sta nevicando. Riusciamo a resistere solo qualche minuto, il tempo di guardare il paesaggio estremo a pochi metri dai nostri nasi: una distesa compatta di ghiaccio bucata da dita affilate di roccia (come il Dente del Gigante). Cielo e neve sono dello stesso bianco accecante. Poi rientriamo nel rifugio, quasi di corsa per il gran freddo.

Moderno e accattivante come quello che abbiamo appena lasciato, il rifugio della Punta Helbronner ha un pregio in più, e non da poco: una sala intera di comodi divani. Quello che può sembrare un capriccio di lusso, è invece una vera salvezza in alta quota. L’ossigeno infatti è rarefatto, lo sbalzo di temperatura fra fuori e dentro fortissimo. Non c’è niente di scontato nel respirare, questa è la lezione. Qui ci si affatica al minimo sforzo e fa un certo effetto vedere fior fiori di atleti, saliti fin qui per fare sci fuori pista, dormire sonni profondi sui divani.

Del resto lo sport per una volta può passare in secondo piano. La vertigine dell’altezza e l’incanto della montagna sono per tutti, a portata di funivia.

Author: brenso

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