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“STAI BENE LI’ CON TE?” – di Alice Suozzi

E’ una domanda difficile da porre, ancora di più è complicato rispondere.
Credo che in molti risponderebbero “Sì”, ma anche che molto numerosi sarebbero quelli che, con incertezza o con decisione, risponderebbero “No”; perché alla fine, oltre che rispondere, la vera sfida è riuscire a stare bene con se stessi.
Io mi inserisco (con decisione) tra coloro che in propria compagnia a volte stanno stretti, che hanno bisogno di vedersi in un certo modo negli occhi degli altri, perché i propri spesso rimandano un’immagine non proprio positiva. Per questo motivo io personalmente mi sono chiesta da dove arrivi questa eterna insoddisfazione, accompagnata dalla necessità di sentirsi perfetti, anche se la perfezione raramente arriva.
Mi sono guardata intorno, e ho visto che, oggi, si ha il dovere di essere perfetti.

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Partendo dall’aspetto fisico, passando per i risultati scolastici e approdando a quelli lavorativi. Abbiamo continuamente l’impressione che se non siamo i più belli, i più intelligenti, se i nostri voti non sono quelli più alti, se non occupiamo il ruolo più di prestigio, allora non siamo nessuno. Se non siamo anticonformisti, quelli che la gente si volta a guardare per strada, allora non valiamo nulla, siamo persi tra la folla, quelli che “Se non c’è fa lo stesso”. E allora il via alla competizione, estremamente spietata, dove non è ammesso arrivare secondi, o sei il primo oppure puoi tornartene a casa, avresti potuto evitare di partecipare.
Ma è davvero così fondamentale essere il numero uno?
L’eccellenza è sempre stata un’ambizione per l’uomo, fin dall’antichità. Per i romani l’uomo “egregio” era colui che, appunto, si distingueva dal gregge (egregio<ex-gregis). Tuttavia, almeno una concessione l’avevano: l’eccellere in un campo, fosse la politica o la guerra, permetteva di essere mediocri nel resto. Oggi questo non è concesso. L’eccellenza nel proprio ambito non può assolutamente essere accompagnata da mediocrità in altri campi, perché vanifichi il lavoro e non sei comunque il migliore.
Vorrei quindi soffermarmi un momento su due questioni: la prima è il termine “mediocrità”. Oggi viene percepito come un insulto, ma per gli antichi la “aurea mediocritas”, la moderazione, lo stare “nel mezzo”, insomma potremmo parafrasare la “normalità”, non era negativa. Anzi, era un risultato da raggiungere. La seconda questione è una domanda che mi sorge sempre spontanea quando si parla dei “migliori”. Ma questi fantomatici personaggi sono migliori DI CHI? Possiamo davvero pensare che avere ottenuto un buon risultato, anche un ottimo risultato, ci renda i migliori in senso assoluto? Senza limiti di spazio o di tempo? Ovviamente è un obiettivo irrealistico, oltre che oggettivamente impossibile da raggiungere.
Eppure questo desiderio crea non poche pressioni, e poi troppe delusioni. Così, anziché motivare a migliorarsi, diventa un ostacolo, paralizzante. E soprattutto proibitivo: sembra che da “l’importante è partecipare” si sia passati a “se non vinci non provare neanche”; con il risultato che tutti i secondi, tutti i terzi, tutti coloro che sovrastano gli altri se ne stanno a casa, e talvolta soffrono. Parlo in prima persona, io ne ho sofferto. Quando aspettavo un “Sei la più bella” o “Sei stata la più brava” che non è arrivato.
Dopo essermi guardata intorno, mi sono guardata dentro. Ho visto pregi, e difetti; cose che mi piacciono, cose che invece non sopporto. Alcune posso migliorarle (vedi la pazienza, l’eterna insicurezza, il parlare troppo), altre invece no. Restano lì. Ho provato a cambiarle, a cambiarmi, migliore per chi si aspettava che io fossi diversa, però a un certo punto ho capito che per quanto mi sforzassi, alcuni aspetti di me si sono sempre ripresentati. L’ho vissuto come un fallimento, io mi sono sentita un fallimento; e penso di non essere l’unica che si è sentita così.
Un equilibrio tra l’esterno e l’interno non riuscito. Tra stimoli che non muovono verso il meglio, e difetti che intrappolano.
Ancora una volta torna utile il mondo classico; Aristotele sosteneva che ognuno, in sé, abbia le potenzialità per essere perfetto. Solo che, per lui, la perfezione ha un’accezione diversa a quella che diamo noi al termine. Essere perfetti significa essere se stessi nel modo migliore possibile. POSSIBILE: per quanto è nelle proprie possibilità. Non migliore di qualcun altro, non IL MIGLIORE, semplicemente al massimo di ciò che sei; pregi e difetti.
La prospettiva è ribaltata; la domanda iniziale, “Stai bene lì con te?” diventa un imperativo: “Stai bene lì con te!”. E allora si capisce che è possibile iniziare ad accettarsi, con i propri lati positivi e i propri limiti, ma poi non solo ad accettarsi come si accetta un estraneo non molto simpatico; iniziare ad apprezzarsi, a volersi bene come ad un amico, all’amico più caro. A scoprire che non erano gli altri a volerti diverso, ma eri tu ostacolo a te stesso. Iniziare a perdonarsi. A sorridere con se stessi, ad apprezzare la propria compagnia, perché l’unico vero fallimento è non amarsi.
Il successo è uno standard personale, che permette di raggiungere ciò che c’è di più elevato in noi, diventando tutto ciò che possiamo essere. Se facciamo del nostro meglio, siamo un successo.
-Zig Ziglar.

Author: brenso

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