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DA SVIDANIA! Cronache di un breve viaggio russo – di Nicola Fajeti

La Russia mi ha sempre attirato: così vicina geograficamente, eppure politicamente così lontana.

Ho deciso di visitarla, nonostante –  o forse proprio per questo – le immagini che mi sputavano addosso i telegiornali: questo enorme e poco democratico paese, quasi una rappresentazione orwelliana del Grande Fratello.

Ma dato che, come diceva Huxley, lo scetticismo è il dovere prioritario e la fede cieca il più imperdonabile fra i peccati, ho deciso di essere diffidente e verificare con i miei occhi che la realtà fosse come la dipingevano i media.

“In aeroporto l’ansia ed i dubbi…”

In aeroporto, l’ansia ed i dubbi, rafforzati dagli avvertimenti e dalle preoccupazioni dei conoscenti, continuavano a tormentarmi, finché la signora al check-in mi scosse dai miei pensieri, ed allora feci un respiro profondo, lasciando andare un peso ben più ingombrante del mio bagaglio.

In aereo conobbi un ragazzo, Viktorin, che mi promise di guidarmi a Chișinău, la capitale moldava, in cui avremmo fatto scalo.

La promessa non venne poi mantenuta, ma apprezzai molto la compagnia e le indicazioni del ragazzo moldavo: gli incontri casuali in viaggio sono scorci brevi, ma intensi, su vite e percorsi diversi. Talvolta queste strade corrono parallelamente, altre volte si incrociano, anche se solo per poco, permettendoci di vedere che quella che stiamo vivendo è solo una delle tante possibili realtà.

Il ragazzo del Tajikistan seduto al mio fianco sul secondo aereo, studente come me a Bologna, mi riportò per un momento alla familiarità della condizione di pendolare su un treno, carico di studenti, che ogni mattina fa Reggio Emilia-Bologna, anziché su un volo continentale.

Fra una chiacchiera e l’altra il viaggio volò, letteralmente, ed in men che non si dica atterrammo, pronti all’impaziente e concitata fuga dall’aeroporto.

Controllo del passaporto. Ritiro del bagaglio. “Non cambiare i soldi qui”. Taxi o navetta?

Nessuno dei due. Incontrammo infatti un compaesano del mio nuovo amico, che decise di portarci in città per un prezzo di favore con un minivan.

Quando il ragazzo tajikistano giunse a destinazione, io rimasi senza traduttore: il mio autista non parlava una parola di inglese ed io non potevo certo venirgli incontro col mio russo stentato, allora fummo costretti a ricorrere a Google traduttore (molto Google, poco traduttore).

Nonostante le barriere linguistiche, riuscimmo a raggiungere l’ostello e con esso molto di più: la sicurezza e la serenità di una sistemazione, la base d’appoggio per poter “esplorare” con più tranquillità.

Appena arrivato, una ragazza mi chiese da dove venissi. “Italy” le risposi.

Meravigliata, mi disse che aveva appena imparato a contare in italiano: “uno, due, tre..”, al che mi complimentai, chiedendomi cosa poteva spingere un russo ad apprezzare così tanto l’Italia da volerne imparare la lingua, quando io così spesso avrei voluto scappare da entrambi.

Il ragazzo alla reception non sembrava vedermi di buon occhio dopo la reazione esagerata dell’amica, in ogni caso mi accompagnò alla mia stanza.

La sua simpatia non deve essere cresciuta quando vide arrivare la mia compagna di viaggio, Anastasia: come le altre donne russe che avevo visto, era molto bella, ma era una bellezza alla quale non ero abituato, diversa da quella mediterranea.

Mi chiese se fossi pronto ed io, nonostante la notte in bianco, tra voli ed aeroporti, le risposi:”let’s go!”.

“Un’oretta ed eravamo alla Piazza Rossa”

Un’oretta a piedi ed eravamo sulla celeberrima красная площадь (Piazza Rossa).

San Basilio

San Basilio

Di giorno bellissima, di notte da mozzare il fiato: il Cremlino, le geometrie del mausoleo di Lenin e i tetti colorati della basilica di San Basilio non rendono in un selfie, anche se i tanti turisti provano in tutti i modi e da tutte le angolazioni a catturare la bellezza del luogo.

Il giorno seguente, guidati da Lev, un ragazzo che avevo conosciuto qualche tempo prima in Italia, visitammo gli anelli centrali di Mosca, attorno ai quali la città si è progressivamente ampliata per livelli concentrici.

La cosa che più mi impressionò furono i parchi. La loro frequenza ed estensione rendevano la megalopoli una città sorprendentemente verde.

Musei e gallerie a cielo aperto, spazi per ogni tipo di attività per il tempo libero: i parchi moscoviti sono tutto questo e molto altro, un esempio divertente è il Gay Pokemon Park, luogo abituale di incontro per omosessuali e, nell’era Pokemon Go, di allenatori.

Uno di questi parchi cerca addirittura di racchiudere la storia dell’URSS, avendo al suo interno monumenti rappresentanti le varie repubbliche sovietiche e, cercando di trasmettere ai visitatori almeno parte di quello che era lo spirito dei tempi.

monumento "l'operaio e la kolkhoziana"

monumento “l’operaio e la kolkhoziana”

Proprio di fianco a questo parco si trova il monumento “L’operaio e la kolchoziana”, cioè la contadina dei kolchoz (le proprietà agricole collettive diffuse in epoca sovietica): i 2 reggono la falce ed il martello, simboli sovietici per eccellenza.

L’imponenza del monumento fa riflettere su quanto sia potente un’idea, indipendentemente dal fatto che sia respinta o condivisa, e su quanto questa possa influire sui comportamenti concreti delle persone.

Ma fa riflettere anche su quanto sia rimasto di quel sistema economico-politico che è stato uno dei protagonisti del ‘900: i souvenir ed i gadget sovietici, che fanno la gioia dei turisti, mi sembrano così lontani dal comunismo e molto più vicini a quello che per anni era stata la sua antitesi, il capitalismo, di cui il consumismo è una delle tante facce.

“Dopo pochi giorni partimmo per San Pietroburgo…”

Dopo pochi giorni nella capitale russa, io ed Ana ripartimmo alla volta di San Pietroburgo.

Il treno viaggiava di notte: i suoi spazi angusti e le cuccette costruite a misura di nano mi fecero rimpiangere Trenitalia.

Arrivammo alle 5 di mattina nella Venezia del Nord, così chiamata per la struttura simile alla Serenissima, soprattutto per quanto riguarda la grande rete di canali che la attraversano.

Il clima era completamente diverso dall’afa moscovita: il vento freddo e la pioggia, appuntamento quasi giornaliero me lo ricordava.

Mollammo i bagagli in ostello e via, di nuovo in giro: prendemmo un battello per fare un tour dei ponti della città, anche in questo caso l’accostamento con Venezia è facile, tuttavia i ponti della città russa hanno un’altra faccia, una faccia notturna, infatti al calar della notte questi si aprono e si alzano per permettere il passaggio delle navi, questo offre una spettacolare visione a chi passa di lì o accorre apposta per osservare.

dettaglio del Petergof

dettaglio di un monumento a Petergof

Il giorno dopo uscimmo da Pietroburgo in direzione Petergof, letteralmente residenza di Pietro, lo zar.

Ciò che vidi, attraversato l’immenso cancello, non aveva niente a che vedere con nessun giardino, parco o simili che avessi visto in precedenza: centinaia di fontane e statue ideate da artisti provenienti da tutta Europa disseminate in 600 ettari di verde.

Golfo di Finlandia

Golfo di Finlandia

Il parco affacciato sul golfo di Finlandia, ci offrì la possibilità di toglierci le scarpe ed immergere i piedi nell’acqua fresca, assaporando la sensazione di rigenerazione.

La sera stessa, tornati in città, una roofer o, scalatrice di tetti che dir si voglia, ci fece da guida sui tetti della città.

sui tetti in compagnia di una roofer

Io ed Ana sui tetti

Il tramonto gettava un colore rossastro sui canali, l’incredibile vista dall’alto mi donò uno stato di serenità, che non si ruppe neanche quando rimanemmo bloccati sul tetto perché chiusi fuori da qualcuno, dovemmo solo aspettare che il marito della roofer venisse a forzare la porta ed uscire.

tetti di Pietroburgo

tetti di Pietroburgo

Ma non avemmo tempo di rilassarci perché un altro tetto ci aspettava: ci muovemmo furtivamente per non farci vedere da un vecchio che aspettava la sera sul balcone.

In bilico su quelle lamiere, sospeso tra cielo ed acqua, mi sentivo libero e leggero, sollevato dalle preoccupazioni e dai problemi, che, non riuscendo a scalare il tetto, erano dovuti rimanere al suolo.

Mi ricordo che pensai: ”qualsiasi cosa che vedrò in seguito non potrà sorprendermi ulteriormente”, ed invece mi sbagliavo perché il punto successivo della lista era l’Ermitage, la grande costruzione composta da vari edifici (fra cui il Palazzo di inverno) nata come residenza dello zar.

piazza del palazzo

piazza del palazzo

 

Il progetto di Pietro il Grande è maestoso: centinaia di stanze da fiaba con le più svariate opere d’arte da tutto il mondo. Visitarlo tutto, con l’attenzione che meriterebbe, richiederebbe qualche giorno, sfortunatamente noi avevamo solo poche ore e quindi fummo costretti ad accontentarci di un assaggio.

iazza del palazzo vista dall'Ermitage

piazza del palazzo vista dall’Ermitage

Così com’è stata solo un assaggio la mia breve settimana in Russia: le esperienze che ho vissuto, le cose che ho visto, le persone con cui ho parlato sono state solo una fugace finestra su questo, a me nuovo, mondo.

Purtroppo, o per fortuna, quello che si può esprimere in un testo, in un racconto, in un articolo è ancor più limitato: solo un disegno di quella finestra, per questo si viaggia, si esplora, si conosce, si torna e si condivide.

Quando il mio viaggio finì e l’aereo si staccò dal suolo russo i preconcetti che mi avevano tormentato all’inizio sembravano così inconsistenti e le immagini mediatiche così fittizie e artificiose, viziate com’erano da una generalizzazione e da una semplificazione mistificatrice, che è inevitabile quando si cerca di racchiudere la realtà, così complessa e sfuggevole, in un servizio di un paio di minuti.

Da Svidania! Arrivederci!

 

Author: brenso

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